Riflessioni sul malaffare

Nell’incipit del capitolo I dei Pensieri (in G. Leopardi, Poesie e Prose, A. Mondadori, Milano 1998, vol. II, pp. 283-285), raccolta di 111 considerazioni in cui si ritrovano, come nello Zibaldone, molte affermazioni poetiche e filosofiche, Giacomo Leopardi avverte: «Io ho lungamente ricusato di creder vere le cose che dirò qui sotto, perché, oltre che la natura mia era troppo rimota da esse, e che l’animo tende sempre a giudicare gli altri da se medesimo, la mia inclinazione non è stata mai d’odiare gli uomini, ma di amarli». Come se ciò non bastasse, aggiunge ancora: «In ultimo l’esperienza quasi violentemente me le ha persuase: e sono certo che quei lettori che si troveranno aver praticato cogli uomini molto e in diversi modi, confesseranno che quello ch’io sono per dire è vero tutti gli altri lo terranno per esagerato, finché l’esperienza, se mai avranno occasione di veramente fare esperienza della società umana, non lo ponga loro dinanzi agli occhi». Ma cosa stava per dire il Poeta di così incredibile, almeno per un’anima bella com’egli vuol far credere fosse, da adottare cautele espositive così stringenti? Ebbene, stava per affermare che «il mondo è una lega di birbanti contro gli uomini da bene, e di vili contro i generosi». L’analisi che segue a questa, almeno dal suo punto di vista, sconvolgente proposizione, appare a me, che ho «praticato cogli uomini molto e in diversi modi», assolutamente veritiera: «Quando due o più birbanti si trovano insieme la prima volta, facilmente e come per segni si conoscono tra loro per quello che sono; e subito si accordano; o se i loro interessi non patiscono questo, certamente provano inclinazione l’uno per l’altro, e si hanno gran rispetto. Se un birbante ha contrattazioni e negozi con altri birbanti, spessissimo accade che si porta con lealtà e che non gl’inganna, se con genti onorate, è impossibile che non manchi loro di fede, e dovunque gli torna comodo, non cerchi di rovinarle; ancorché sieno persone animose, e capaci di vendicarsi, perché ha speranza, come quasi sempre gli riesce, di vincere colle sue frodi la loro bravura». Verissimo, per Bacco! Quale persona «da bene e piena di coraggio», non ha visto esserle preferito da «uomini paurosissimi […] un birbante più pauroso di loro»? Insomma, «accade sempre che le genti ordinarie si trovano in occasioni simili: perché le vie dell’uomo coraggioso e da bene sono conosciute e semplici, quelle del ribaldo sono occulte e infinitamente varie. Ora, come ognuno sa, le cose ignote fanno più paura che le conosciute; e facilmente uno si guarda dalle vendette del generosi, dalle quali la stessa viltà e la paura ti salvano; ma nessuna paura e nessuna viltà è bastante a scamparti dalle persecuzioni segrete, dalle insidie, né dai colpi anche palesi che ti vengono dai nemici vili. Generalmente nella vita quotidiana il vero coraggio è temuto pochissimo; anche perché, essendo scompagnato da ogni impostura, è privo di quell’apparato che rende le cose spaventevoli; e spesso non gli è creduto; e i birbanti sono temuti anche come coraggiosi perché, per virtù d’impostura, molte volte sono tenuti tali». Qui l’osservazione del Poeta scandaglia un fondale di sconvolgente attualità, quella, tanto per intendersi, di un Malpaese, nel quale, un mondo politico, culturale ed editoriale è nato, cresciuto e pasciuto parassitando l’antimafia, facendone un micidiale strumento di formazione del consenso e di conquista crescente di cruciali leve del potere, secondo lo schema, almeno sino a ora vincente, del mondo in bianco e nero, buoni e cattivi, o con Tizio e Caio o con mafiosi e ’ndranghetisti, che ha portato il più improbabile dei movimenti politici a governare e un gruppo di giornalisti-scrittori ed editori ad accumulare fortune e potere. E l’analisi che, peraltro, il Poeta prospetta delle cause del fenomeno per il quale «Rari sono i birbanti poveri: perché, lasciando tutto l’altro, se un uomo da bene cade in povertà, nessuno lo soccorre, e molti se ne rallegrano, ma se un ribaldo diventa povero, tutta la città si solleva per aiutarlo», si fa vieppiù acuminata. La ragione della chiamata in soccorso dell’icona colpita da malasorte si «può intendere di leggeri», cioè agevolmente: «ed è che naturalmente noi siamo tocchi dalle sventure di chi ci è compagno e consorte, perché pare che sieno altrettante minacce a noi stessi; e volentieri, potendo, vi apprestiamo rimedio, perché il trascurarle pare troppo chiaramente un acconsentire dentro noi medesimi che, nell’occasione, il simile sia fatto a noi»; del resto, «…i birbanti, …al mondo sono i più di numero, e i più copiosi di facoltà, tengono ciascheduno gli altri birbanti, anche non cogniti a se di veduta, per compagni e consorti loro …nei bisogni si sentono tenuti a soccorrerli per quella specie di lega …che v’è tra essi». Breve, «pare uno scandalo che un uomo conosciuto per birbante sia veduto nella miseria, perché questa dal mondo, che sempre in parole è onoratore della virtù, facilmente in casi tali è chiamata gastigo, cosa che ritorna in obbrobrio, e che può ritornare in danno, di tutti loro». Eccoli, allora, che «in tor via questo scandalo si adoperano tanto efficacemente, che pochi esempi si vedono di ribaldi, salvo se non sono persone del tutto oscure, che caduti in mala fortuna, non racconcino le cose loro in qualche modo comportabile». Per contro, «i buoni e i magnanimi, come diversi dalla generalità, sono tenuti dalla medesima quasi creature d’altra specie, e conseguentemente non solo non avuti per consorti né per compagni, ma stimati non partecipi dei diritti sociali, e, come sempre si vede, perseguitati tanto più o meno gravemente, quanto la bassezza d’animo e la malvagità del tempo e del popolo nei quali si abbattono (trovano, n.d.r.) a vivere, sono più o meno insigni; perché come nei corpi degli animali la natura tende sempre a purgarsi di quegli umori e di quei principii che non si confanno con quelli onde propriamente si compongono essi corpi, così nelle aggregazioni di molti uomini la stessa natura porta che chiunque differisce grandemente dall’universale di quelli, massime se tale differenza è anche contrarietà, con ogni sforzo sia cercato distruggere o discacciare». Tranchante, la conclusione cui perviene il Poeta: «Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perché ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli, essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi».

Intelligenti pauca!

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