QUALE POLITICA PER IL SUD

Il destino del Sud è ad una svolta senza appello.
Nel mare della generale indifferenza il divario socio economico Nord-Sud continua ad allargarsi di anno in anno per ragioni tanto più diverse quanto sempre meno discusse ed analizzate.
Intanto, al netto delle concause di altra natura, l’ultimo rapporto Svimez ci ricorda che la spesa annua del Settore Pubblico Allargato pro-capite al netto degli interessi nel Sud è inferiore del 27,40% rispetto al Centro-Nord (13.394 euro contro 17.065 euro).
Fatto sta che un terzo della popolazione dell’Italia si trova in una condizione socio economica inaccettabile se messa a confronto con quella del resto del Paese senza considerare che nell’estremo Sud (la Calabria non è la Puglia) si vivono ancora più accentuate condizioni di disagio e povertà.
Di tanto in tanto contro il muro del silenzio si infrange sporadica qualche presa di posizione pubblica di una certa autorevolezza: “Il Mezzogiorno italiano è ancora il grande inespresso dell’economia e della società italiana” ha sostenuto Fabio Panetta, membro del Comitato esecutivo della Banca centrale europea, durante un recente evento pubblico dedicato agli scenari economici post emergenza sanitaria. “È arrivato il momento di fare ripartire questo motore inceppato da decenni.”
L’occasione potrebbe essere, a ricordarlo è sempre l’ex direttore generale della Banca d’Italia, la revisione in atto a livello europeo delle norme sugli aiuti di Stato. La proposta di Panetta è semplice: «Valutare per il Mezzogiorno la possibilità di adottare una fiscalità di vantaggio, cioè la possibilità di consentire ad alcune zone di avere, per un determinato periodo, condizioni fiscali di vantaggio in funzione delle condizioni di sviluppo, di capacità di generare reddito e occupazione in quel territorio». 
È l’uovo di colombo: con la differenza che stavolta ci si trova davanti ad una occasione irripetibile per poterla davvero ottenere. Dovrebbe essere a tutti noto che la Commissione europea nell’ambito delle scelte compiute per fronteggiare l’emergenza Covid 19 ha messo nel cassetto tanti dei dogmi principali legati all’uso delle risorse comunitarie compreso il rispetto di tutte le condizioni previste dal Regolamento (UE n. 651/2014) sugli aiuti di Stato che impedivano la differenziazione del regime fiscale tra diversi territori dello stesso Paese.
Le misure incentivanti delle tanto decantate Zes, formulate esclusivamente sotto forma di limitati crediti di imposta, per aggirare l’ostacolo dell’obbligo della notifica alla commissione europea prevista nel caso di aiuti di Stato dal Regolamento UE 651/2014, si sono infatti rivelate completamente sterili rispetto alle aspettative di rilancio economico attese ed annunciate.  
Attraverso la nuova flessibilità adesso concessa dalla Commissione europea, seppure per un tempo contingentato, ci sarebbe adesso la possibilità di chiedere ed ottenere una piena fiscalità di vantaggio che si tradurrebbe in esenzione dalle imposte sui redditi (IRES), esenzione dall’imposta regionale sulle attività produttive (IRAP), esenzione IMU e TARSU e soprattutto esenzione dei contributi sulle retribuzioni da lavoro dipendente a carico delle aziende. 
Quale migliore occasione per sperimentazione un nuovo modello di sviluppo, che – tramite una modifica (temporanea) delle condizioni di attrattività del territorio – potrà portare alla riscoperta di una nuova vocazione industriale e logistica per le aree del Mezzogiorno.
Manca solo chi politicamente si faccia carico dell’iniziativa. 
Solo!!! Appunto.

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