La mafiosità del potere giudiziario

Quando parlo di giustizia mafiosa non intendo sola la gestione violenta, prepotente e fuori dalle regole che è il tratto identificativo di alcuni magistrati, gratteri in primis. Ma intendo anche quella giurisprudenza messa al servizio dei mafiosi attraverso la corruzione amorale di alcuni giudici.

Esiste un messaggio diabolico e unificante che da anni circola in maniera martellante come forma di verità assoluta: la Calabria è mafiosa!

Questa definizione, assunta e legittimata da alcuni personaggi, è divenuta a sua volta una forma di legittimazione e di largo impiego per questi stessi signori. Un circolo vizioso, scabroso, con la finalità di instillare nella gente una verità che produce accettazione. 

Se “Calabria è mafiosa” gli arresti sono giusti. Se “Calabria è mafiosa” più ne arrestano meglio è. Se “Calabria è mafiosa” è giusto costruire aule bunker e carceri dove processare e poi richiudere questi maledetti mafiosi. 

L’antimafia italiana, cloaca di fannulloni, è l’unico luogo ideale in cui la matematica è un’opinione. In cui i rastrellamenti giudiziari che generalmente producono il famoso 4% delle condanne vengono spacciate al popolo come eventi di svolta nella lotta alla malavita calabrese. (vedi operazione Marine) 

Più che di svolta potremmo parlare di cantonata, e il registro degli orrori è lungo…

Dico questo perché dalla gestione della giustizia di questi ultimi 10 anni è emersa una sconcertate anarchia giudiziale che ha portato ad un esercizio mafioso del potere giudiziario. Imposizioni, abusi, omissioni, prove falsificate, corruzione dei pentiti e dei testimoni, misure cautelari usate come deterrente per ottenere informazioni (vedi caso Pittelli)

E non solo. Quando parlo di giustizia mafiosa non intendo sola la gestione violenta, prepotente e fuori dalle regole che è il tratto identificativo di alcuni magistrati, gratteri in primis. Ma intendo anche quella giurisprudenza messa al servizio dei mafiosi attraverso la corruzione amorale di alcuni giudici. (vedi caso Petrini) 

Chiaramente la giustizia mafiosa non può considerarsi virtù cardinale o rispetto del diritto altrui, sebbene questa sia la piattaforma su cui oggi si fonda l’intero sistema in Italia.

La vicenda di Luca Palamara, nella sua intera gestione, è la chiara ammissione della mafiosità interna all’istituzione, che non si può più considerare strettamente circoscritta al “sistema” ma piuttosto sistemica nella magistratura, tutta. 

Ne è prova lo scandalo ributtante di cui è protagonista Marco Petrini, ex presidente della Corte di Assise di appello di Catanzaro.“Una vita ballando sui tavoli e bevendo champagne…” E qui non si tratta di traffico d’influenze o di smanie di carrierismo, ma di corruzione spicciola finalizzata all’arricchimento del singolo. 

Una storia che merita il giusto approfondimento, perché racchiude in se le storie di tanti altri magistrati del distretto catanzarese, oggi in molti sull’orlo di una crisi di nervi per via di questo continuo ritrattare di Petrini, oggi ospite di un monastero, perché fargli fare il carcere “pareva brutto”… 

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